lunedì 10 dicembre 2012

Quando i segni si elevano a poesia

Tratto dal libro di Renato Pigliacampo, Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo, Armando editore, Roma 2007.
Quando ”possediamo” la nostra lingua, vale a dire la lingua materna utilizzata nell’interrelazione con gli altri attraverso codici condivisi, essa è la nostra identità linguistica e culturale per mezzo della quale compiamo il processo maieutico di emozioni e idee, vale a dire la genesi dell’Io.  Ecco che i sordi, soprattutto nel periodo scolastico, si trovano nella definizione di Osip Mandelstan quando dice: «Ho dimenticato la parola che volevo dire, e il mio pensiero, incorporeo, ritorna nel limbo delle ombre» (da L. S. VygotskiJ, Pensiero e linguaggio, Giunti-Barbera, Firenze, 1984, pag. 147). Il bambino sordo è candidato a dimenticare la parola " vocale" perché spessissimo, non la memorizza, e ciò succede perché, ciascuno di noi, utilizza l’apparato labiobuccale con movimenti differenti. Così la possibilità di rispondere per il piccolo diviene arduo. Il bambino resta “muto”: e per la gente che non conosce le sue potenzialità psicointellettive è kofos. Se si riflettesse sulla considerazione vygotskijana che «pensiero e parola (…) non sono tra di loro originariamente collegati» (p. 147), avremmo idea che parlare a voce non è sinonimo per forza di pensiero. Bisogna fare distinzione fra «parola» e «codice», sebbene la parola sia già codice di una lingua utilizzata da persone di maggioranza udente. Tuttavia Barthes e Flahault fanno notare che «il termine parola comprende sia la facoltà di esprimersi oralmente in un linguaggio articolato sia il prodotto risultante dall’applicazione di tale facoltà.» Ora se la lingua visuomanuale è lingua, intrinsecamente è pure parola manifestata nella caratteristica relazionale ben nota.

Prima tesi: Il pensiero è linguaggio. L’interpretazione di questo presupposto sarebbe: se penso, parlo perché sono sospinto a produrre l’articolazione fonatoria del codice acustico-sonoro, ma il codice non per forza deve essere verbale. Infatti, Furth fa notare la presenza nel sordo di un «pensiero senza linguaggio» (H. G. Furth, tr. It., 1981). Sono codici presentati nei vari modi di comunicazione; iconica, scritta, filmica, visuomanuale ecc. C’è pertanto un rapporto tra pensiero e linguaggio proprio perché il pensiero vive in un processo di identificazione linguistica.

Seconda tesi: Il pensiero dipende dal linguaggio. Il pensiero non può manifestarsi compiutamente se non è supportato dal linguaggio. La dipendenza del pensiero dal linguaggio implica un processo di strutturazione dello stesso pensiero sui processi psicolinguistici e neurolinguistici. Un cieco troverà difficoltà a memorizzare, a governare e a utilizzare la lingua dei segni in ambienti specifici: E nel nostro caso il bambino sordo dalla nascita o divenutolo nella prima infanzia, se non sarà esposto alla lingua dei segni, come aiuto per i contatti col mondo esterno (e dei pari) e in particolare per mezzo dell’azione ludica, troverà lacune nella maturazione del Sé perché lo sviluppo cognitivo non avrà stimoli nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non sarà coerente perché il processo psicolinguistico è (stato) deficitario, con scarsi o inesistenti stimoli gratificanti e l’identificazione dei ruoli.

Terza tesi: Il linguaggio dipende dal pensiero. Se il pensiero non è chiaro, anche il linguaggio è confuso, povero nel comunicare le emozioni, le idee essenziali o i ragionamenti. L’osservazione sistematica delle persone molte esperte nella parlantina ci fa notare che spesso raccontano solo fandonie e si tradiscono con una scomposta motilità, lo sguardo e i tic nervosi che, talvolta, sono impercettibili all’occhio distratto: la lingua dice una cosa, il corpo smentisce. Il linguaggio, forse è meglio dire la lingua, si adatta, in questo caso, al pensiero che dispone di mentire per un proprio tornaconto. Ancora meglio ce ne avvediamo nella percezione tattile dei ciechi che, grazie alla loro memoria tattile, leggono in Braille un brano o  qualcosa di scritto (sempre in braille), poi traducono quanta   letto tattilmente nella lingua verbale di maggioranza. Spesso venendo a capo che, quanto letto, non corrisponde a verità. Simile procedimento lo troviamo nei sordi allorché segnano ciò che vedono o elaborano o leggono. Non c’è dubbio che il processo cognitivo “influenza” il linguaggio. Un esempio esplicito: il mio cognome stimola il sordo a ideare due segni «piglia» e «campo». 

L’errore  di Barthes, di Flahault e  di tanti altri autori è l’attribuzione delle potenzialità di comunicazione esclusivamente all’oralità, sebbene – come  annotava Giovanni Gentile (Vol. I, Sansoni, Firenze 1970) – dicendo tavolino non ci rappresentiamo mentalmente, e anche oralmente «le quattro sillabe che compongono la parola», bensì il tavolino che  conosco, del quale  ho esperienza. Hegel (1971, p. 113) in Filosofia dello spirito afferma che «Il dare, l’inventare nomi è un immediato arbitrio inventivo». Alla fine tuttavia nella memoria scompare ad arbitrio per lasciare spazio alla conoscenza perché «Il nome è segno consolidato, relazione durevole, e quindi relazione universale».

La verità è che il segno visuomanuale del sordo è arbitrario quando l’evoluzione dello stesso non avviene seguendo un processo naturale, caratterizzato dall’utilizzazione e interscambio dello stesso nella società o, diciamolo, nel gruppo dei sordi. Mario Lucidi riserva il nome di segno – sema – proprio a questa realtà di presenza, al contrario il segno isolato sarebbe  soltanto un sotto-segno, un «iposema». La lingua dei segni diventa linguaggio nell’interscambio col simile, nel senso di condivisione dei significati. Vygotskij scrive che «Una parola priva di significato non è una parola, è soltanto un suono vuoto e, contemporaneamente, il significato è componente fondamentale della parola. Esso è la parola considerata nel suo aspetto interiore». Quando il sordo (ma non solo lui!) conosce la parola nel suo intrinseco valore di comunicazione sociale sarà in grado di arricchirla dei propri contenuti mentali, e quindi trasmetterli all’interlocutore. «Generalizzazione e significato della parola sono dunque sinonimi.» ( L.S. Vygotskij).

Ecco che i vituperati segni  visuomanuali assurgono a poesia. Nel 1984 i poeti Allen Ginsberg e Robert Panara si incontrano. Il primo non ha  bisogna d’essere presentato: la sua fama di poeta, candidato al Premio Nobel, varca i confini degli Usa; l’altro è sordo, un «poeta del Silenzio». La loro ricerca è focalizzata a valorizzare la «centralità dell’immagine» quale essenza profonda della poesia.

Le ricerche sul linguaggio dei segni hanno condotti i poeti sordi all’utilizzo di una poetica che si conformava perfettamente all’espressività dei nuovi poeti americani. Il lavoro poetico dei sordi avvicinava parecchio la produzione artistica degli udenti. Whitman, Pound, Williams e Ginsberg rendono appunto centrale l’immagine nelle loro opere. Questa comunicazione è indicata logopeia, cioè «la danza delle parole», o «la ginnastica mentale delle parole», anche melopoeia, «melodia delle parole e  della metrica».  William Carlos Williams aveva annotato che chi desidera  diventare poeta, o compiere qualcosa che possa essere valutato un prodotto artistico non può contare sull’apporto dell’udito, ma principalmente una realtà espressa nel silenzio.  (  Alcune opere musicali tuttavia non possono fare a meno dell’apporto dell’udito. Ricordando però che il capolavoro la Nona Sinfonia di Beethoven è stata concepita quando era completamente sordo, NdA). Williams è convinto che l’intero corpo comunicativo di un uomo è molto più vicino a esprimere emozioni rispetto a tutti i libri scritti o che potrà scrivere. Soffermandoci  su questa linea il passato non esiste più: è solo «parole sorde, cimiteri di parole» che annebbiano la mente. Il poeta moderno deve vedere quelle immagini che sono tanto lontane, mai apparse nitidamente perché soffocate dalle parole. Nel pensiero dei poeti sordi troviamo l’emergere della poetica «visibile». Gli studi sull’Aslan (McDonald, 1982) e sulle diverse culture poetiche (Allen & Tallman, 1973) ci indicano che – non solo le lingue visuomanuali e sonoro acustiche - tentano di trasmettere nell’arte una chiara rappresentazione della cosa in sé, ma lo sforzo massimo di «quella parte del linguaggio», non espresso dalla verbalità o dalla scrittura proveniente dal profondo del ‘messaggio’ dell’imago.

Ginsberg e Panara sono due poeti che comunicano emozioni attraverso canali differenti, ma entrambi scavano nell’essenza. Panara dice che «per i sordi la poesia segnica è come ‘dipingere immagini nell’aria’» Ginsberg afferma che «l’ambizione di un valido poeta è scrivere qualcosa che sia brillante (...). Traducendo i miei poemi in altre lingue ho capito che l’unica cosa che si può tradurre è l’immagine. Non è possibile tradurre il sentimento o la rima. Sono convinto che la poesia moderna utilizzi – e  ne sia debitrice – del linguaggio dei sordi».

L’opinione di Ginsberg è interessante e va approfondita perché indica la presenza di una poetica nel linguaggio visuomanuale artistico dei sordi, anzi lo caratterizza di «uno stile poetico», fondato sulla consapevolezza dell’importanza dell’immagine.

Io stesso posso testimoniare che in gioventù, all’inizio del mio aprirmi alla poesia, portando la mia produzione poetica al poliedrico Cesare Zavattini, ebbe a dirmi che «il suo difetto sensoriale, invece che precludergli certi strumenti espressivi, glieli migliora o comunque glieli caratterizza (…)». Zavattini aveva intuito ‘una’ poetica e la capacità ideativo-artistica nei sordi ancor prima di Ginsberg, che tuttavia insiste sul fatto che la poesia del linguaggio visuomanuale è una forma d’arte che va considerata come «la più grande prova dell’essenza poetica».

L’esperienza di Ginsberg nel Pianeta Silenzio ha spinto gruppi di sordi a cimentarsi nella comunicazione poetica con l’ASL (negli Usa). L’analisi sui contenuti della poesia, le interviste dei critici ai poeti sordi che declamano le loro opere nella lingua dei segni, hanno permesso di comprendere meglio la genesi del linguaggio poetico. Ecco cosa rispondono i poeti sordi:  «La poesia dipende dalla percezione visiva»; «La forza del poeta sordo è nella capacità espressiva di visualizzare il poema»; «La poesia dei sordi è comunicata nel corpo visibile»; «Utilizziamo il nostro corpo, le nostre mani come fossero sillabe»; «Possiamo afferrare le parole e tramutarle in figure/immagini… ». Queste risposte dei protagonisti poeti hanno indotti studiosi e cretici letterari a porsi la domanda se l’ASL contiene caratteristiche estetiche con  entità e forme universali. Cosa sono queste  qualità? Sono proprie ai linguaggi  poetici dei segni? Abbiamo già detto che la poesia visuale dei sordi è l’essenza dell’immagine resa centrale proprio dalla comunità poetica internazionale. Williams si pone anche la domanda come  è utilizzato il linguaggio poetico. Di solito è sfoggiato in modalità differenti. Non può che essere così! Perché è creazione di linguaggio nella motilità, nell’espressività e nelle posture del poeta. «Il linguaggio – egli scrive – è suddiviso secondo il suo uso in due fasi principali. 1. Nella prima fase è secondario rispetto all’importanza delle idee e delle informazioni. E’ utilizzato come ‘servizio’ reso alla filosofia, alla scienza, ai massmedia. 2. Nella seconda fase la lingua stessa è protagonista e le idee sono i mezzi della lingua. Questa è letteratura (…) e la superiorità della poesia è in questa differenziazione. I due usi principali della lingua si completano a vicenda, o dovrebbe essere così, e ci vuole l’apporto di un’intelligenza creativa.» (Cfr J. Cohn, in La poetica della sordità. Poesia visibile, in «Sign Language Studies», 1974, p. 141).

È evidente che nel sordo, ricco di immaginazione e sentimento, la lingua dei segni assurge ad ideazione di un linguaggio poetico appropriato al contenuto. Interessante è seguire la genesi di questo linguaggio che “tramuta” il codice significativo, adottato nella comunicazione quotidiana, il segno poetico; nello stesso modo avviene nel poeta udente che sfoggia la comunicazione poetica con un linguaggio tonale per rendere partecipe l’interlocutore delle proprie «visioni».

(…) Il vero poeta è molto abile a ad utilizzare, negli appositi contesti dei versi, siano essi  liberi o endecasillabi o di varia lunghezza metrica, le parole della lingua. Ce lo insegnano Leopardi, Dante, Ungaretti, Montale (…).

Nel corso delle nostre ricerche abbiamo notato la maestria di Leonardo da Vinci nello raffigurare le mani, le quali comunicano letteralmente; molto doviziosa è l’espressività dei Figure di Raffaello, come si scorge in Deposizione (1507).

Il poeta sordo, recitante la poesia in lingua dei segni, genera ‘Figure’ nello spazio neutro  davanti a sé o/e nelle aree segniche del proprio corpo: metafore e rime visuomanuali o quanto altro caratterizza la poesia orale e scritta richiedendo attenzione  e partecipazione da parte di chi segue la poetica visiva del poeta sordo segnante. L’osservazione sistematica del poeta segnante conduce alla verifica dei suoi messaggi iconici in una sinfonia visibile individuata su io--->tu--->mio corpo che dialoga per (con) te e costruire insieme il nostro dialogo.

La poesia dei sordi è partecipazione (Cicourel, 1978) ad una comunicazione profonda dei sentimenti esistenziali propri e di altri: e non può essere  considerata  limitante per il solo fatto d’essere poesia gestuale! Quando si riscontrano inadeguatezze comunicative, espressive e di contenuti è solo deficit culturale del soggetto. Dobbiamo dire, a scanso di equivoci, che parecchi sordi che si definiscono poeti segnici non lo sono affatto; per lo più sono dicitori/segnanti che agiscono con enfasi rendendo smodato ogni segno conosciuto

C’è qualcuno che mi fa notare che è un fatto scrivere in poesia e un altro segnare; pur tuttavia  avviene lo stesso nei poeti udenti: non tutti sono buoni lettori dei propri versi. Così è uguale nel poeta sordo. Potrebbe  essere veramente poeta ma le  sue mani non si caratterizzano nella motilità che l’azione motrice comanda. Mi rendo conto di inoltrarmi nella neurolinguistica, nel complesso mondo che va dalla genesi dell’emozione al completamento del «codice poetico», coinvolgendo i neuroni specchio. Perché non c’è dubbio che i sordi sanno osservare e non solo vedere. La psicomotricità è comprensibile quando l’azione delle mani segnanti si sposa alla doviziosità delle emozioni che intende comunicare il poeta sordo segnante.

Se riflettiamo ci avvediamo quanto sia sfuggente la poesia veicolata col segno. Il piacere dell’utilizzo delle mani è una forte emozione sia per chi agisce sia per chi osserva, l’interlocutore.  E costui osserva l’imago dileguarsi nello spazio o nel corpo del poeta: e mentre la poesia visuomanuale si dilegua deduciamo che è la metafora della vita: il tempo e un segno-segnato nella visibilità momentanea, o salpare per altri approdi ignoti..  Ci dice Vygotskij (1984, p.151): «La parola ci costringe a ricordare il suo significato come qualsiasi   cosa  potrebbe richiamarcene alla mente un’altra. Non fa meraviglia che, non avendo trovato alcunché di specifico nel legame  tra parola e significato, la semantica non sia stata finora in grado neppure di porsi la questione dello sviluppo dell’aspetto semantico del linguaggio e dell’evoluzione dei significati delle parole.»

La poesia dei segni, in Italia, è sporadica. Non sono a conoscenza di critici letterari o di studiosi, sordi o udenti, che considerano la poetica segnica dei sordi. E’ vero,  invece, che, occasionalmente,  nei centri dell’associazione alcuni sordi “recitano” poesie nella lingua dei segni. Qualche critico ha scritto di poeti sordi che subiscono nella loro produzione poetica l’influenza della lingua visuomanuale, chiamandola «arte gestuale». Clay Valli, sordo, ci conferma dalle sue esperienze statunitensi di conoscenza dell’ASL mettendo in evidenza il linguaggio conversazionale dal linguaggio poetico, in primis ci dà lezioni di poetica segnica affermando che «la mano dominante non superi l’altra, come avviene nella conversazione di routine». Il flusso dei segni deve essere aggraziato, vale a dire poetico, adeguandosi tuttavia al contenuto e  la struttura morfologica superi l’uso spontaneo e casuale.

Se facciamo una comparazione tra la “poetica visuomanuale” e la “poetica verbale o espressa nella scrittura” dobbiamo considerare quanto ammette Vygotskij, ossia la parola scritta e/o verbale appare despota perché, in un modo o l’altro, richiama ciò che vuole indicare apposta nella significazione. Per esempio pensiamo ai tanti poeti che si sottomettono alla rima o all’accordo musicale delle parole a scapito del contenuto! Che io sappia solo un poeta è un’eccezione nello sposare la metafora visiva alla doviziosità melodica, Giacomo Leopardi. Chi conosce la lingua dei segni si avvedrà subito quanto sia gratificante la traduzione a segni degli Idilli del Genio di Recanati: da L’Infinito a Silvia; da Il passero solitario a Il sabato del villaggio; da Il pastore errante nell’Asia a Alla luna e così via. Un mondo poetico che ci entusiasma e ciò è tanto più acceso quanto più siamo validi nella comunicazione visuomanuale e espressiva. Il motivo è che Giacomo Leopardi è un poeta cinestesico riuscendo a trasmettere per iscritto sia la sensazione emozionale visiva che sonora. Con pochi versi ci esprime percezioni emozionali sinestesi con un linguaggio originale, che ha genesi non solo dall’esperienza dell’ascolto e del vedere, ma anche dall’idioma della gente.

L’ideazione poetica visuomanuale conferma, se c’era bisogno (!), che la lingua dei segni non solo veicola i contenuti, ma si fa essa stessa poesia nell’espressività e nei segni: poesia profonda che ha l’iniziale genesi dall’iposema ipotizzato dal linguista Lucidi, vale a dire siamo nell’anima della parola che, talvolta, è prostituita alle esigenze del tornaconto dell’interloquito, ma anche dalla nostra pigrizia di non osare oltre.

Ora dobbiamo dire che se la vita è rappresentazione utilizzando il veicoli del linguaggio, nessun altro linguaggio è efficiente per comunicare il vissuto esperienziale e le rappresentazioni metaforiche, quanto la poetica segnica. Perché nella stessa convive  il «non sonoro», ossia gli intervalli silenti, le esplosioni espressive e le implosioni di raccoglimento nell’Io. Cosicché l’occhio che mira lo spettatore e  osservatore diventa il punto focale di un processo fantasmagorico in cui l’uomo, ideatore del verbum, si avvicina al più elevato messaggio, elevandosi a «piccolo creatore» di linguaggio accanto al Verbum per antonomasia.

Forse è qui la potenza dell’Imago. Non possiamo non ricordare le parole del Signore nel momento in cui creava il mondo: «Farò l’uomo a mia immagine». E coloro che sono relegati nel Silenzio, con i propri segni, ri-creano l’uomo per ri-creare la speranza e una nuova modalità di comunicazione.
Renato Pigliacampo
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