venerdì 29 gennaio 2016

Codice Civile, vecchio articolo 340, e il sordo dell'ottocento: Arturo Maestri.

Le considerazioni di un Sordo-muto sull'(ex) Art. 340 del Codice Civile. Si sa – vedere il sito della storia dei sordi, redatto da Franco Zatini – che l'abrogazione dell'ingiusto articolo 340 del Codice Civile avvenne con Decreto  12 dicembre 1938 del Ministero di Grazia e Giustizia, con cui si abrogava quell'articolo che recitava testualmente: «Il sordo muto e il cieco dalla nascita, giunti all'età maggiore, si reputeranno inabilitati di diritto,, eccetto chè il  tribunale li abbia dichiarati abili a provvedere alle cose proprie».

Quella legge era in vigore da sempre, poiché i sordi non avevano mai avuto, in passato, nessun diritto. Il sordomutismo iniziò a essere affrontato come problema sociale, in Italia, solo dal 1784, e il primo sodalizio di cui si abbia notizia certa, nacque proprio quell'anno a Milano con la denominazione di «Società di Mutuo Soccorso Cardano», e poi via, via in altre città.

Ho trovato in un faldone reperito nella Biblioteca "Benefica-Cardano", di Milano, un fascicolo con stampate, in cinque paginette formato 16x24, le "Considerazioni di Arturo Maestri, già allievo del R. Istituto dei Sordo muti di Milano" su quell'articolo 340 del Codice Civile, Il fascicolo, estratto dal Giornale «L'Educazione dei sordo muti in Italia» era stato stampato nel 1882 nella "Premiata Tipografia dei Fratelli Miglio", di Novara.

Leggendo quelle considerazioni, mi sono detto che, nonostante l'istruzione dei sordi non fosse allora obbligatoria, quell'Arturo Maestri, istruito nel Regio Istituto di Milano, era sicuramente molto acculturato: usa termini come «seguaci di Esculapio», facendo riferimento alla medicina della Grecia antica «mesto linguaggio degli istrioni», facendo riferimento ai commedianti in segni dell'antica Roma, ma fa anche presente che «… il nostro governo, con recente decreto, nominava una commissione di ben note e spiccate individualità, tra le quali il deputato Bianchi, il padre Pendola, l'ottimo Sac. Cav. Tarra, con incarico di rivedere la legge sui sordomuti».

Quel nostro avo sordo muto ha il senso dell'ironia e dell'umorismo, quando afferma, a metà della sua tesi, che: «… essendomi cresciuto, col crescere dello scritto, la voglia matta di ghiribizzare – c chieda, chi legge, agli accademici della Crusca! – sulle miserie che ci affliggono, noi poveri sordo-muti…», e si avventura a proporre un progetto "che salverebbe capra e cavoli", pur se, avverte, non è un legislatore in materia legale, "avendo solo l'attestato di licenza  da un R. Istituto",  e suggerisce quattro punti con cui si potrebbe cambiare la legge: innanzitutto (art. 1) "… non è necessario avere l'orecchio ben funzionante e la parlantina sciolta per amministrare le proprie cose …", poi (art. 2) – fa presente che, negli atti pubblici "la parte mentale" è più importante e necessaria del modo verbale in cui riesce a esprimerla a voce. Quindi che (art.3), "sebbene intelligente, non sia adeguatamente istruito, " la responsabilità debba ricadere sul maestro che non ha saputo fare il suo dovere. Infine (art. 4) in  caso di infermità mentale, il sordo muto dovrà essere eventualmente interdetto similmente a chi ode. 

Per concludere, il simpatico avo, mio simile sordo, Arturo Maestri, afferma che rileggendo il suo "strambo scritto", gli viene una voglia matta di ridere della toga d'avvocato che si è indossata, ma intende conciliare le esigenze della prudenza, coll'amor proprio dell'individuo, e con quella speranza si accomiata.

Tutto chiaro e semplice, solo che i veri togati hanno dovuto attendere altri 56 anni per riuscire a capire e mettere in pratica quanto il sordo muto Maestri aveva loro suggerito nel 1882.
Marco Lué

PER SAPERE DI PIU'



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"Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità", ideato, fondato e diretto da Franco Zatini

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