sabato 25 ottobre 2014

Le mani che parlano ...

Ho trovato in un vecchio archivio, risalente al 1985.,la copia di un articolo che avevo scritto a quel tempo, e credo posso essere attuale anche oggi. Il tempo passa, i ricordi restano. Le mani che parlano hanno tante cose da dire!
Di ritorno da Los Angeles, LA,dove ho preso parte come tecnico sportivo ai XV Giochi Mondiali dei Sordi, avevo fra i ricordini portati da colà, un semplice portachiavi recante il segno dattilo logico di una lettera dell'alfabeto.
Sul retro era impressa una frase che, lì per lì, non avevo tradotto, pensando si trattasse di un imprimatur: invece, quando  lo feci, mi parve una frase piena di significato; diceva: «Le persone che parlano con le mani hanno tante cose da dire».

Ho così rammentato con quale semplicità e disinvoltura tutti gli americani, anche molti udenti, incontrati a Pepperdine e ad UCLA, i villaggi universitari di LA, dove si svolsero le olimpiadi silenziose, usassero il linguaggio dei segni, misto di mimica e dattilologia. Pensai che tutti gli americani usassero esprimersi così, quando parlavano con i sordi, e rimasi sorpreso una sera quando un agente nero della "Security", la polizia urbana di Los Angeles, dopo aver costretto il Capo Missione, Marzio Zanatta (1941-2007), e lo scrivente, ad arrestare l'auto sulla quale viaggiavano tranquilli avendo un po' di pausa ed eravamo usciti dal College per curiosare qua e là, l'imponente energumeno in uniforme ci si rivolge inferocito, ma senza usare il linguaggio dei segni  che credevamo convenzionale in quella grandissima metropoli. Saputo che eravamo sordi, e non americani, ci fa comunque capire che allo "Stop!" bisogna arrestare l'auto, anche se sulla direttrice di marcia non passa alcun automezzo: Ci redarguisce severo, ma è simpatico, poi se ne va salutandoci con la mano. Lui non conosceva la mimica, forse neppure altri sordi, però si è fatto capire agevolmente anche da noi sordi stranieri, come ha pure capito quello che gli dicevamo noi.

Oltre un mese e mezzo è trascorso dal ritorno in Italia. Domenica  8 settembre  (1985, n.d.r.) era la «Domenica del Sordo», così denominata da noi  perché il Vangelo di San Marco narra della «guarigione» di un sordomuto ed era in programma a Milano una novità in assoluto: Mons. Emilio Puricelli, Rettore del Pio Istituto Sordomuti, avrebbe celebrato una Messa in Duomo, e sarebbe stata una liturgia particolare per noi sordi, con tanto di interpreti per la traduzione dei passi parlati. L'indomani, i giornali danno risalto a quell'avvenimento: leggo una cronaca approfondita di un celebre reporter. Finalmente, mi dico, anche in Italia i sordi escono dall'oblio!

Mostro il giornale ad una collega: è giovane, graziosa, è sorda, ma non accetta quest'ultimo attributo, pur essendo stata assunta come minorata dell'udito. Legge il titolo: «I sordomuti in chiesa tutti insieme», poi mi restituisce il giornale, non le interessa. Un  famoso audiologo che «la cura», le ha spiegato che lei non è sorda, perché con la protesi sente qualcosa, e pertanto non deve parlare con le mani, tanto meno conversare con i sordomuti.

Ora ho capito perché è sempre così taciturna. Non ha niente da dire.
Marco Luè
 

 
 
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