venerdì 12 giugno 2015

L'istruzione dei sordomuti nei «Cenni storici» di Giulio Tarra è in netta contraddizione con gli studi attuali

Nella Biblioteca storiografica di Milano, la "Gerolamo Cardano", mi ha incuriosito il volumetto (formato 16x25), 97 pagine dal titolo Cenni storici e compendiosa esposizione del metodo seguito per l'istruzione dei sordomuti poveri d'ambo i sessi della Provincia e diocesi di Milano. redatto dal canonico Don Giulio Tarra, a pubblicato postumo, dalla tipografia di G. Battista Messaggi, nel 1896, in seconda edizione. 

La prima edizione era stata stampata subito dopo il Congresso di Milano del 1880, ma poi il Tarra (1832-1889), volle rivedere quel trattato, che riscrisse fra il 1887 e il 1889, anno in cui morì, e dove aveva raccolto altro materiale per dare alle stampe una seconda edizione, più completa, arricchita e ampliata dai suoi nuovi studi ed esperienze. Egli nella premessa rimarca che quando accettò di assumere, nel 1853, la direzione dell'Istituto milanese dei Sordomuti, egli era «…peritoso per la mia giovanile inesperienza e per la novità e la difficoltà dell'impresa…», e si meravigliò che né i tecnici esistenti, né i libri fino allora pubblicati, potevano fornirgli il desiderato soccorso, cosi decise di studiare e capire i metodi che si erano fino allora attuati, e poi di adottare quello che gli sembrava più conveniente ed efficace per risolvere il problema di istruire i sordi, chiedendosi con quale mezzo e procedimento e "con quale metodo" fosse opportuno procedere. Andò maturando in lui il convincimento che il concorso dei vari metodi allora usati – mimica naturale, scrittura, dattilologia, parola articolata - messi tutti insieme, creavano confusione, per cui decise per una radicale e coraggiosa riforma che potesse rendere più efficace l'azione, e optò per la "parola orale", che ritenne il primo oggetto e l'unico mezzo d'insegnamento e di comunicazione fra il maestro e i suoi allievi.

Elenca quindi "I vantaggi della parola" e i procedimenti da lui adottati per dare ai sordomuti l'abilità di articolare la parola e di leggerla dal labbro, ed espone i termini dell'insegnamento della nomenclatura (le parole più necessarie) e i primi giudizi coi verbi di azione e lo studio degli stessi verbi, per arrivare all'insegnamento dei rapporti e nessi linguistici, della sintassi e dei diversi costrutti linguistici, con esercizi attivi, anche mentali, orali e poi scritti, senza tralasciare le materie d'istruzione morale e civile convenienti agli allievi e alle allieve, applicando tale metodo anche per l'insegnamento della religione.

Il Tarra «… riputava di grande importanza, come ginnastica dell'intelletto e della lingua l'esercizio aritmetico …» e non dubitava che pure qualche elemento di geografia e di storia patria «…fosse indispensabile all'educazione di qualunque cittadino italiano…», e per formare il buon contegno e il giusto portamento della persona, il prelato riconosceva utilissimo anche «… il moderato e razionale esercizio ginnastico, «… purchè applicato con particolari avvedimenti alle fisiche esigenze dei nostri allievi», ma, ribadiva con convinzione, l'insegnamento più importante e utile ai suoi allievi, dopo quello della parola, del linguaggio, e delle cognizioni necessarie alla vita presente e futura, era quello delle arti meccaniche – come legnaiolo,  tessitore, calzolaio o fabbro -  che meglio valgono ad abituarli a guadagnarsi onestamente da vivere. L'insegnamento, nei due convitti, era inizialmente di sei anni complessivi, che poi furono aumentati a otto anni. L'orario dei giorni feriali, che è quasi identico in tutto l'anno, divideva la giornata in due parti, la prima per l'insegnamento scolastico, la seconda per l'esercizio artiero, alternando i tempi di mezzo fra i pasti, che sono tre, le ricreazioni e la preghiera. «L'ozio, l'inerzia, come anche l'uso dei gesti per chi può esprimersi colla parola – sosteneva don Tarra . sono per ogni modo contrastati, interdetti, perché nocivi altrettanto al morale, quanto all'intellettuale svolgimento degli allievi e al metodo dell'istruzione praticato nei nostri Convitti».

La distribuzione dell'insegnamento si svolgeva con un programma suddiviso in quattro periodi: corso preparatorio, poi il corso normale inferiore, seguito dal corso normale medio, che si concludeva con il corso normale superiore.

Il "principio direttivo", cioè il metodo tenuto nell'educazione degli allievi, cui si atteneva la direzione dell'Istituto per sordomuti diretto dal Tarra, era orientata «…a renderli – gli allievi - buoni e di  crescerli atti e volenterosi a esserlo per tutta la vita ….».

I "Cenni storici e compendiosa esposizione", quindi  "succinta esposizione, si chiude con  delle non meglio chiarite " testimonianze attendibili e confortevoli" in favore  del metodo d'istruzione usato nei due convitti diretti dal Tarra, e tale testimonianza – al singolare! – è che "… fu il verificare che la lingua parlata si conservi e anche cresca e s'allarghi coll'esercizio fuori dal Convitto …", per cui Don Tarra auspicava che «… per effetto dei fatti constatati e delle savie risoluzioni degli illustri membri del Congresso raccolto in Milano, quello del 1880 che aveva messo i segni, presto non s'abbia più a parlare di mimica, né d'alfabeto delle mani come mezzo d'insegnamento pel sordomuto …».

ma il presente contraddice il passato

Quella indicata più sopra è la recensione dell'antico  libretto del Tarra, sui "Cenni storici" dei cinque lustri, venticinque anni, in cui il prelato fu occupato, per sua ammissione, «… nell'ardua impresa di studiare la natura, il valore e l'efficacia dei vari metodi praticati per l'educazione dei sordomuti». Giulio Tarra era nato a Milano il 25 aprile 1832, ivi morto il 10 giugno 1889. Fu ordinato sacerdote nel 1855 e da quell'anno fino alla morte fu direttore dell'istituto per i sordomuti di Milano. S'informò inizialmente al metodo mimico dell'abate De l'Epée, consistente nel tradurre la mimica convenzionale in lingua scritta; ma poi vi sostituì, primo in Italia, il metodo orale puro, cioè l'apprendimento del linguaggio dal labbro. Erano altri tempi, ma è opportuno fare un rapporto sugli studi attuali-.

Oggi Virginia Volterra, dirigente di ricerca presso l'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche, come molti altri ricercatori, ha pubblicato diversi testi relativi a quelle ricerche. Nella "Lingua dei Segni Italiana – La comunicazione visivo-gestuale dei Sordi",  la Volterra fa presente, innanzi tutto che, in Italia e altrove, le persone sorde, anche se educate al linguaggio parlato, comunicano spesso  tra loro in una forma di comunicazione visivo-gestuale, diversa da quella acustico-vocale degli udenti. La prima descrizione sistematica di una lingua dei segni usata tra i sordi, ci viene dagli scritti dell'Abbé de l'Epèe (1712-1779), che verso la metà del Settecento, quasi un secolo prima che nascesse il Tarra, decise di utilizzare quella forma di comunicazione per insegnare la lingua parlata e scritta, aggiungendo dei segni che corrispondevano a elementi del francese, come i generi, i tempi dei verbi, ecc. 

Ma la svolta  rigidamente oralista, affermatasi dopo il Congresso di Milano del 1880, presieduto e guidato da don Giulio Tarra, impedì che la forma visivo-gestuale avesse in Italia una più ampia diffusione in ambito educativo.

D'altra parte, anche per quanto riguarda gli altri paesi, l'interesse per la lingua dei segni, dal punto di vista linguistico, si risveglia soltanto a partire dal 1960, grazie all'opera dello statunitense William Stokoe, il quale rintraccia nella ASL (American Sign Language) una struttura per molti versi simile a quella delle lingue vocali, per cui si è iniziato ad analizzarne la struttura, e si è appurato che l'ASL possiede una serie di regole precise di tipo grammaticale, con importanti mutamenti a livello morfologico e sintattico.

In Italia la lingua dei segni usata dai sordi si è cominciato a esaminarla a partire dai primi anni Ottanta. Ora i ricercatori usano il termine "lingua dei segni", proprio per sottolineare che si tratta di lingua a tutti gli effetti e per differenziarla da un tipo di tradizione che non voleva in passato riconoscere a questa forma di comunicazione lo stesso status della lingua vocale. 

L'Istituto di tecnologia delle Ricerche, guidato da Virginia Volterra, si augura che il mondo degli udenti cominci a prendere atto, anche in Italia, della ricchezza e complessità della lingua dei segni, riconoscendole finalmente uno "status" di parità rispetto alla lingua vocale, ma, suggerisce la Volterra, deve essere soprattutto il "mondo dei sordi", ancora sballottato fra "verbalisti" e "segnanti", a considerare la Lingua dei Segni una vera e propria lingua, che in quanto tale può costituire un elemento d'identità per allargare e accrescere il bagaglio culturale dei singoli, e di conseguenza di tutta la comunità:

Le teorie del prelato, don Giulio Tarra, quindi, vanno messe in archivio, da conoscere, ma non più da adottare.
Recensione e opinione di Marco Luè



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