giovedì 6 giugno 2013

Riflessione per un’inclusione ad hoc.

Riflessione per un’inclusione ad hoc. Lo Stato teme la professionalità: bisogna  riconoscerla economicamente.
Siamo nel 2013 e noto che, le scuole della nostra Repubblica, sono  ferme con gli stessi problemi. Infatti  mi avvedo che molti sordi o minorati d’udito,  di solito indicati «ipoacusici» , non sono – come si suole dire – né carne né pesce. Il fatto è questo: frequentando la scuola residenziale aperta  a tutti, come è giusto che sia così, sono carenti e/o privati di insegnamenti programmati appositamente per una didattica visuomanuale.
I docenti, toutcourt, sono indicati «docenti di sostegno». Ma di chi?   Io vorrei che fossero, come parecchi altri pedagogisti e psicologi, fra cui Andrea  Canevaro in prima fila, si presentassero come «esperti didattici» per una specifica materia insegnata indicando la disabilità del loro settore.

L’attuale ministero della pubblica istruzione, pur avendo nei ruoli oltre 100mila “docenti di sostegno”, difficilmente ha in serbo 100 docenti per la scuola secondaria di primo e secondo grado, all’altezza d’insegnare una disciplina  che favorisca i processi psicopedagogici e/o  sviluppi teorici di intelligibilità prettamente per l’area cerebrale deputata alla percezione visuomanuale. E’ una mancanza proveniente dalla difficoltà di molti docenti udenti di studiare bene la nosologia cerebrale , la percezione, le aree deputate alla elaborazione mnemonica e così via.

Gli EE.LL. mettono a disposizione per le scuole dell’obbligo, a mente della Legge  104/92, degli articoli 12 e 13, a fianco ai “docenti di sostegno”, i cosiddetti «assistenti alla comunicazione». Taluni di loro sono preparati perché, accanto alla teoria e all’attitudine di saper comunicare  con i bambini, hanno esperienza diretta  del vissuto sia, appunto, con i bambini che  con gli adulti sordi, poiché, taluni di essi, sono figli di sordi o hanno contatti parentali con bambini con deficit di udito.

Ciò conduce a pensare che, in Italia, non si voglia offrire – alla popolazione scolastica sorda – personale  qualificato (Cfr  Scuola di Silenzio, Lettera  ad una Ministro (e dintorni), Armando, Roma 2005) nella didattica perché implica lo studio dei processi nosologici e mentali per adottare il BES (Bisogni Educativi Speciali). Certo, occorre studiare di più inducendo il MIUR  a riconoscere l’impegno professionale specializzato. Oggi, invece, non avviene o, per tanti direttori scolastici, è sufficiente che, il candidato alla cattedra, presenti  l’attestato di… specializzazione, talvolta ottenuto con lezioni  online (sic).
C’è la necessità di corsi di formazione  condotti anche dai protagonisti sordi che – per fortuna o sfortuna, ditelo  voi – hanno vissuto esperienze percettive sonoro-acustiche e, poi,  divenuti sordi, hanno sviluppato processi di apprendimento visuo-cinestetici.  Infine sottoposti all’ IC  (Impianto Cocleare) ha indotto a riflettere che, l’esperienza vissuta nel Silenzio, è stata  fondamentale per lo sviluppo dell’area cerebrale spaziale e dell’attenzione visiva, favorendo una sintesi verbale, focalizzando  il discorso sulle parole guida o principali. Oggi, più dei tempi di ieri, allorché l’informazione era soppesata o svolta per passaparola,  è bene ‘spogliare’  la parola  per utilizzarla in modo più appropriato e non alla carlona (cfr  Renato Pigliacampo, Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo, Armando, Roma 2009). Dobbiamo uscire dalla torre di Babele per rinnovare il nostro linguaggio affinché  sia effettivamente «nostro» nella loquela e nella visione: e se i sordi sono sostenuti da un fondamento culturale avranno l’opportunità  di andare oltre, ricreando meglio il  «signum»  della parola col sostegno cognitivo, come dice  Cartesio:  Penso, dunque sono!

A tale celere conclusione di Cartesio ci domandiamo: tutti sappiamo che i sordi sono capaci  di… pensare. Ma «come» pensano? Qual è la strategia principale del “segno” comunicativo?  Si parla molto di docenti “bilingui” e, in parte, concordo. Ditemi tuttavia che, se abbiamo appena 100 docenti specializzati per insegnare tutte le discipline ai  sordi di ogni ordine e grado si scuola, quanti ne avremo «docenti bilingui» implicando, di fatto, una programmazione didattica nelle due modalità (a seconda degli argomenti) specifiche visuo-cinetiche  e verbali?  A questo punto mi pare evidente che ci vuole un Leonardo da Vinci per identificare strategie  particolari. Sì, il  genio vinciano che, frequentando la bottega del Verrocchio,  a Firenze,  e  vedendo i sordo(muti) ritrattisti, aveva capito molto  dei processi  visivi e  di movimento dei sordi.

Oggi i docenti di sostegno generici sono limitati (e loro onestamente lo ammettano negli incontri) perché – la professionalità reale, che rispetti il soggetto – implica l’impegno di anni e anni di studio, dapprima a livello generale e, poi, prettamente specifico (cfr  Renato Pigliacampo, Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo, Armando, Roma 2009). E’ una lunga preparazione a favore dei sordi che, in futuro, non appariranno (forse) più sulla faccia della terra, non  ne verranno più al mondo:  e chi  diverrà sordo o ipoacusico sarà Impiantato, e ciò non incoraggia lo Stato a preparare un corpus docente ad hoc. A che pro investire sulla formazione per i docenti specializzati?  Se ciò avvenisse bisognerebbe pagarli di più. Meglio allora sostenere che, gli alunni sordi o con problemi di ascolto, si adeguino ai programmi didattici dei non-udenti.

E  a questo punto niuno si interroga quanto può fornire una didattica specializzata per i disabili affinché migliori i processi di apprendimento dei cosiddetti normodotati! Il nostro Paese abbia il coraggio di porsi  domande ‘nuove’ per migliorare tutta la comunità.
Renato Pigliacampo, già responsabile del Dipartimento Scuola Educazione Università (SEU)  durante la presidenza  Ens di Ida Collu.   



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"Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità", ideato, fondato e diretto da Franco Zatini

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