giovedì 18 aprile 2013

Sordità, Lingua dei segni e minoranze. Una forzatura che costerebbe cara

La campagna scatenata a favore del riconoscimento della cosiddetta Lingua dei Segni Italiana (LIS) sostenuta anche da alte cariche istituzionali , ci pare quanto meno azzardata. Così come ci sembra azzardato richiamarsi all’art. 6 della Costituzione che sancisce la tutela delle minoranze linguistiche. A nostro avviso non si può identificare una minoranza linguistica sulla base di un deficit.

Inoltre appare un po’ una forzatura affermare che la LIS, alla quale è vero che possono anche essere riconosciute alcune caratteristiche grammaticali analoghe a quelle di un linguaggio, possa però essere equiparata ad una lingua intesa in senso giuridico, politico e costituzionale. Sarebbe stato, invece, più ragionevole assumere una posizione forte al fine di garantire una rigorosa applicazione di quanto già previsto dalla normativa vigente in materia di sostegno all’handicap (L. 104/92 e L. 17/99) e in particolar modo, per quanto attiene la sordità, prevedere un protocollo sanitario unico a livello nazionale che possa scongiurare le conseguenze di una tardiva diagnosi della sordità stessa (cosa che, peraltro, già avviene da tempo in alcune regioni tra le quali la Toscana).

È noto, infatti, che una diagnosi precoce (screening uditivo neonatale) ed i progressi tecnologici dovuti anche all’impianto cocleare (orecchio bionico), se abbinati ad un intervento terapeutico ed educativo mirato (logopedia), riducono fortemente le gravi conseguenze che poi rendono necessario l’utilizzo del linguaggio gestuale. E poi, diciamoci la verità, la stragrande maggioranza dei ragazzi e giovani sordi, attualmente, non utilizzano più la cosiddetta LIS perché hanno potuto, grazie appunto alla protesizzazione ed alla abilitazione alla parola, raggiungere una buona, ed a volte ottima, competenza nella lingua italiana sia nella comprensione che nella produzione orale e scritta.

Quindi, ci chiediamo: che senso ha oggi parlare di riconoscimento della LIS che interesserebbe, qualora venisse praticato un rigoroso protocollo sanitario, solo un numero sempre inferiore di persone? E non si corre forse il rischio, ottenendo il riconoscimento quale minoranza linguistica, di ghettizzare le persone sorde impedendogli la piena integrazione nella società di tutti, atteso che la LIS, essendo comunque un mezzo di comunicazione solo tra sordi, impedisce la piena integrazione delle persone sorde con le persone normoudenti? C'è poi un'altro aspetto, assolutamente non trascurabile, del quale tener conto: l'onere amministrativo e finanziario derivante dall'eventuale riconoscimento della LIS come lingua di una minoranza linguistica che comporterebbe, verosimilmente, un'enorme spesa erariale per l'attuazione delle competenze, provvidenze e tutele conseguenti.

Si pensi ad esempio ai costi per l'utilizzo obbligatorio degli interpreti gestuali presso tutti gli uffici pubblici, tutte le scuole pubbliche e private; o al costo per l'obbligatoria stampa e distribuzione ai pubblici uffici dei dizionari della cosiddetta lingua dei segni. Si pensi, infine, all'obbligo di fornire la rete informatica di appositi programmi per l'utilizzazione dei segni della LIS. Senza contare che il numero dei bambini oggi avviati ad una abilitazione del linguaggio gestuale è assolutamente esiguo, per cui è prevedibile che i suddetti oneri economici saranno nei prossimi anni del tutto inutili.

Responsabile politiche sociali del Pd metropolitano
Antonio Pala - La Repubblica 18 aprile 2013


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