lunedì 26 agosto 2013

Non vogliamo essere freaks!

Il termine inglese «freak» sta ad indicare, letteralmente «fenomeno, anomalia», corrisponde al termine latino «monstrum» o al greco «tèras». Dal termine freak ha origine «frakkettone» italianizzato in fricchettone, utilizzato negli anni Settanta del secolo scorso per indicare i seguaci del movimento hippy.
Qualcuno ricorderà il famoso circo Barnum.  Barnum fu il primo impresario a intuire che l’osceno, il mostro, il diverso avrebbero potuto  incuriosire i «normali» e, quindi, potevano essere fonte redditizia  (per la sua impresa circense). Barnum si dette da fare per  cercare, in ogni dove, gente mostruosa, che addestrò a recitare per il suo Circo. Ecco che presenta agli spettatoti la donna barbuta, la donna cannone, i gemelli siamesi, il nano cavallerizzo e tanti altri «poveretti» deformi nel corpo. Dunque mostra il diverso per far denaro: il sano imprenditore  (Barnum) ammucchia soldi  “vendendo” la disabilità, allora la ‘mostruosità!

Oggi siamo sulla stessa linea? Forse che sì o forse che no. Quando parliamo o scriviamo di «disabilità» dobbiamo svolgere, talvolta, una verifica di controllo della/e persona/e  del cosiddetto «normale» e a che scopo, d’improvviso,  si fa avanti  per comandare o gestire la comunità dei disabile, o un determinato Gruppo.

Riflettiamo, per esempio, sul fatto del bambino sordo che passa ore e ore con la logopedista allo scopo che possa articolare in modo chiaro le parole e strutturare il linguaggio della maggioranza. Spessissimo ci viene imposto, dalla società, di dare l’ostracismo a qualcosa per il semplice motivo che siamo unici o in minoranza a considerare quel che ci piace, oppure ciò che ci è più comodo per esprimere le nostre potenzialità psicointellettive e affettive. Il concetto di «beltà o bellezza» sono personali. Così tante altre indicative connesse alla persona con una specifica disabilità! Infatti, la scelta del partner per il fatto di piacerci o che giudichiamo bello/a  dipende da tantissimi fattori: elementare realtà nota a tutti gli psicologi.

Oggi, fra gli individui adulti o in età evolutiva con disabilità, solo i sordi  e gli ipoacusici non ‘mostrano’ l’handicap invisibile, almeno sino a quando stanno zitti (sic!). Ma nell’assenza o carenza di adeguate strutture, e di personale qualificato, la sordità ne frena l’accesso alla partecipazione attiva. Sono dunque le «barriere di comunicazione», l’ignoranza dell’interlocutore, la  sua scarsa pazienza e sensibilità che impongono il sordo a uscire dalla babele del chiacchiericcio sociale per starsene in solitudine umiliato e avvilito, talvolta con esplosione d’ira che, gli udenti, giudicano  subito come sintomi psichiatrici.

Ebbene quando il sordo inizia ad esprimere un pensiero autonomo e costruttivo, accade che – chi gli è attorno – mugugni. Ponendosi domande, tipiche di chi è umiliato, ‘come si permette di passarmi avanti, essere più bravo di me, che sono normale?’  Queste sortite, in Italia, sono consuete perché non c’è un’educazione dell’accettazione dell’altro rispettandolo nella condizione fisica e sensoriale. Infatti quando notiamo la presenza di un deficit sul corpo dell’altro, è sempre quest’ultimo che prende il sopravvento sull’intelligenza e il coraggio! Per tanti anni la comunità ha tenuto i soggetti - indicati con termini apparentemente crudeli, ma significativi: i «sordomuti», i «ciechi», gli «storpi», i «deficienti», i «matti» eccetera - nei circhi Barnum, secondo determinati periodi storici, che potevano essere le «scuole  speciali», i «ghetti degli immigrati», i «manicomi» (….).

Noi eviteremo d’essere freaks se riusciremo a divenire protagonisti della nostra cosiddetta disabilità: e non finiremo nel “circo barnumiano”, che  sempre ci sfrutterà, notando in noi solo il difetto, l’anormalità, il fuori norma!. E avviene soprattutto imponendoci regole e standard di normalizzazione  e potenziali capacità del corpo «normale»  - il loro corpo insomma che dovremmo imitare in tutta l’efficienza! - .  Eppure a taluni, il nostro body ferito, può sembrare come mezzo di comunicazione  efficace e apollineo, originale! E poi i normodotati  (o presunti tali)  non dovrebbero sempre attingere allo psittacismo di un’etica, professionale o di  comportamento, che è, appunto, di ripetizione pappagallesca. Dobbiamo apprendere (soprattutto noi sordi!) a comunicare le nostre idee nella lingua che conosciamo meglio:  che sia essa verbale o segnica è indifferente purché si tenga lontano i Burattinai che, spesso, ci impediscono – per  evidenti scopi di lucro o di frettolosa ricerca di  lavoro, mascherato di presunta competenza per il fatto di conoscere quattro segni –  di manifestarci in ciò che effettivamente siamo.

Approdiamo al traguardo di essere persona. I politici, eletti in Parlamento anche  da noi, comprendano soprattutto questo, oppure i segretari di partito iniziano a mettere in Lista più disabili. Noi, sino ad oggi, siamo stati democratici e onesti di tacere, di non chiedere la «quota», come è per il genere femminile, con la speranza che, i candidati normali, fossero in grado di risolvere i nostri problemi.  Se non ascolteranno le istanze dei disabili, inizieremo con la richiesta da subito.
Renato Pigliacampo

________________________________________________________________________________
«La storia è testimonio dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita» (Cicerone)
«La storia non è utile perché in essa si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire» (M.D’Azeglio)
«Bisogna ricordare il “passato” per costruire bene il “futuro”» (V.Ieralla) 
Per qualsiasi segnalazione, rettifica, suggerimento, aggiornamento, inserimento dei nuovi dati o del curriculum vitae e storico nel mondo dei sordi, ecc. con la documentazione comprovata, scrivere a: info@storiadeisordi.it. 
"Storia dei Sordi. Di Tutto e di Tutti circa il mondo della Sordità", ideato, fondato e diretto da Franco Zatini

Nessun commento:

Posta un commento